Milano 15

L’aria libera mi arriva improvvisa all’apertura dell’ultima porta. E mi inebria. Penso di non aver mai anelato così tanto di poter respirare l’aria miscelata con i gas di scarico delle auto di viale Morgagni. Ma non aspetto nemmeno di esser totalmente fuori e già sulla porta mi fermo a guardare il sole mentre le mie guance si irrorano del gusto salato delle mie emozioni. Una coppia con passeggino a seguito mi fa tornare alla realtà interrompendo quell’attimo di inebriante serenità, dovendomi spostare. Mi incammino lentamente trascinando alla meglio i miei passi per arrivare sulla strada. Il mondo sembra girarmi attorno, quasi vorticosamente, prendendomi quasi allo stomaco. Ho solo il tempo di scrivere qualche messaggio sgrammaticato all’amica che ho sentita accanto nei momenti bui, come parte di me. (Nome in codice MarvB, non ti ringrazierò mai abbastanza). Fatico a guardare distintamente il display del mio cellulare su cui finiscono inevitabilmente gocce di gioia mista a straziante tristezza.

Non faccio in tempo a finire un altro messaggio che sento fermarsi una macchina. «Milano 15» [NdA: sigla di fantasia per buona pace di privacy]. Lì per lì non capisco, poi si fa insistente «Milano 15, è lei che ha chiamato il taxi?». Non credo di riuscire a dir niente ma annuendo con la testa faccio cadere a terra un’ultima lacrima. L’autista scende, mi prende la borsa che porta quel che resta dei miei ultimi tre mesi di non vita e mi apre lo sportello. Lo guardo senza poterlo vedere e tornando un po’ bambina gli chiedo singhiozzando «Posso abbracciarti prima di salire?». Non riesco a vedere bene la sua espressione ma mi piace immaginarlo sorpreso dell’inusuale richiesta, ma fatto sta che si avvicina e mi avvinghio a lui singhiozzando e stringendolo forte da poterne sentire il battito del cuore. Poi riprendo un po’ di dignità e mi stacco «Scusami, sono stati mesi difficili». Salgo in macchina dandogli l’indirizzo della mia casa, proprio quella casa che non ero certa di poter rivedere. Torno a goder delle strade della mia Firenze, anzi, della mia Fiorenza, e improvvisamente mi viene istintivo di chiedergli una variazione di percorso. «Prima di portarmi a casa, puoi portarmi al Piazzale?». Per chi non è di Firenze può sembrare una richiesta banale o assurda: dopo tre mesi di ospedale, una non vedrebbe l’ora di tornare alla normalità, ma avevo bisogno di nutrirmi di Firenze, di godere dei brividi della visione da «i’ppiazzale», piazzale Michelangelo per i non fiorentini.

Arrivati, gli chiedo di accompagnarmi perché non ce l’avrei mai fatta ad arrivare da sola ai parapetti. Una volta lì, mi appoggio quasi sfinita e mi ripassano davanti gli ultimi tre mesi di non vita. Quei mesi in cui ogni giorno non sapevo se avrei visto l’alba del successivo; quei mesi in cui ho visto morire una dopo l’altra le compagne di stanza che quasi quotidianamente occupavano il letto accanto al mio e che accompagnavano consciamente o inconsciamente qualche ora della mia non vita del momento e che ogni giorno mi facevano pensare che l’indomani potevo esser io a mollare. Quei mesi in cui ero ricoverata in quella città del nord che non sono ancora riuscita a sentire mia, ma per una fiorentina penso sarebbe stato difficile riuscirci. Mesi e mesi fatti di una quotidianità scandita dagli alienanti ritmi ospedalieri sempre uguali (sveglia, temperatura, colazione, visite, pranzo, merenda, cena, temperatura, notte) e in cui il tempo è estremamente dilatato diventando quasi irreale. Perché, in fondo, i mesi sono fatti di giorni e i giorni di ore e le ore di minuti. Dirlo così è banale per chi ha una vita normale, ma pensate a cosa vogliano dire quegli infiniti minuti infilati uno dietro l’altro in ambienti in cui cammini sul filo di un rasoio e non sai se cadrai dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, in cui non sai se l’infinito minuto diventerà finito come la luce nei tuoi occhi. E ripenso ai tanti sguardi incrociati dietro le protezioni quasi aliene, alle adorabili infermiere del reparto (vi ricompenserò, prima o poi, perché meritate tutto il bene del mondo) e anche a quelle meno adorabili (ce n’è sempre almeno una, ovunque) ma che non sento certo di condannare data la situazione in cui lavoravano. Le ho viste piangere, disperarsi, incazzarsi per trovarsi, forse, a fronteggiare qualcosa di inconcepibilmente più grande di chiunque e, paradossalmente, così microscopico. Ripenso al dottore che il 24 giugno, per San Giovanni, patrono di Firenze, mi ha forse salvato la vita sferzandomi con un semplice foglio A4 imbrattato di inchiostro con cui mi ha fatto rivedere la mia Fiorenza vista da «i’ppiazzale», prima di dirmi che di lì a qualche giorno mi avrebbero trasferita nella mia città. E… forse se sono qui è anche per riappropriarmi del Piazzale vero, quello nostro, quello che solo chi è di Firenze può capire a fondo. Quel foglio A4 è rimasto chiuso assieme a quel che resta delle mie cose, nel taxi che mi ha fatto «riveder le stelle», ma poco importa. Adesso sto respirando l’energia della mia Fiorenza. E mi ritrovo lì, appoggiata alle mie emozioni, incapace di continuare a piangere. Non so perché. Forse ho finito anche le lacrime assieme alle energie. Un insolito brivido di freddo in piena estate mi fa capire che c’è qualcosa che non va. «È meglio andare, grazie».

Adesso che non ho più il velo di lacrime riesco a vederlo bene in faccia. Mi riaggrappo a lui per tornare al taxi, fradicia di sudore e spossata. «Grazie, adesso possiamo andare a casa». Curiosamente non ricordo altro, forse mi sono addormentata o forse pensavo a qualcos’altro. Non so. So solo che da quando mi ha riportata a casa è iniziata la nuova sfida: riconquistare la propria normalità. Riuscire a fare le cose di tutti i giorni senza avere il fiatone, riuscire a tornare appena possibile ad una sufficientemente inquieta quotidianità piena di passione che attualmente sembra così lontana e inarrivabile. Anche adesso che sono passati altri tre mesi da quando Milano 15 mi ha ritraghettato nel futuro della mia vita precedente, sto lottando giorno dopo giorno per riappropriarmi della mia vita, riconquistando una dopo l’altra tutte quelle cose sembrate o credute banali.

Questo post potrebbe sembrare totalmente avulso dal… «trend» del sito stesso ed è scritto in modo molto sconclusionato e un po’ caotico… ma… in fondo rispecchia quella che sono io in questo momento. Spero di tornar presto a scriver di cose più allegre e piacevoli! Grazie a tutti quelli che mi hanno scritto e, soprattutto, a quelli a cui non ho risposto (ancora).

Dedicato a: MarvB, le infermiere e i dottori di Torino e Firenze, Ila, M.

5 commenti su “Milano 15

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